Recentemente è stata diffusa da diversi quotidiani nazionali la storia di Marco, ragazzo transgender che improvvisamente, stando a quanto riportato dai media, si è ritrovato a scoprire di avere una gravidanza al quinto mese.
La notizia è stata subito accolta con scalpore, provocando la diffusione di articoli di stampa e dibattiti televisivi. Tuttavia, al momento attuale, ancora nessuno saprebbe dire con chiarezza quale sia l’identità di Marco ed anzi, ci si è domandati se questa persona esista davvero.
Secondo Moreno Morello, inviato di Striscia la Notizia, si tratterebbe di “una storia basata sul sentito dire di soggetti terzi che avrebbero raccontato di un loro conoscente”. La dichiarazione è stata fatta in un servizio dedicato dello scorso 30 gennaio, dopo che erano state contattate le fonti originali e fatto ricerche approfondite sui presunti medici coinvolti.
Quel che è certo, è che le informazioni relative alla condizione di Marco non sono certamente uscite dalle strutture sanitarie che lo avevano in carico, in quanto sussisterebbe una violazione della privacy perseguibile penalmente .
È doveroso specificare che il percorso di transizione medicalizzato per le persone transgender segue delle procedure e delle tempistiche ben precise, che dovrebbero essere settate sull’attenzione al benessere psicofisico dell’individuo.
La persona transgender che intraprende il percorso medicalizzato è costantemente seguita sia dal punto di vista psicologico che a livello medico, con buona pace di quanto dichiarato da certi organi di stampa, che in più occasioni hanno dipinto il percorso medicalizzato, soprattutto quello degli adolescenti e minori trans, come eccessivamente rapido e accessibile, “superficiale” e al limite del rischio; mentre è ancora in corso l’ispezione all’ospedale Careggi di Firenze, centro di eccellenza italiano nel trattamento della disforia di genere, in seguito all’interrogazione parlamentare presentata dal capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri.
Dal momento in cui si inizia la terapia ormonale, con l’assunzione di testosterone per quanto riguarda i ragazzi trans, ogni tre o sei mesi vengono effettuate analisi di controllo, mentre ogni sei mesi si dovrebbero effettuare ecografie addominali.
Risulta dunque del tutto improbabile che nessuno del personale medico che ha certamente seguito Marco si sia accorto che questa persona presentasse uno stato di gravidanza.
Il fatto forse ancora poco noto a chi non è informato sulle tematiche relative ai percorsi di affermazione di genere – e che ha probabilmente scatenato la reazione di “scalpore” – è che l’assunzione di testosterone agisce sulle ovaie e dunque sugli ovuli, riducendone la quantità e portando ad una lenta atrofia le ovaie, ma non rende sterili.
Non è quindi affatto escluso né risulta sorprendente che un ragazzo transgender che avesse avuto rapporti penetrativi e sia dotato di utero, possa trovarsi in stato di gravidanza pur assumendo la terapia ormonale a base di testosterone.
Al di là delle questioni mediche, vale la pena riflettere sul modo in cui è stata trattata la “notizia” dai giornali che l’hanno riportata, che basta a comprendere il vero ruolo che noi persone transgender giochiamo nei media.
Marco è stato definito “uomo” e “madre” allo stesso tempo; in una società in cui l’esperienza della maternità è ancora fortemente legata all’essere donna.
In casi come questi, in cui sfuggire alla “norma” è motivo di notizia e scandalo, le persone trans diventano fenomeni da baraccone, associate a un linguaggio patologizzante e non appartenenti a nessuna categoria pre-esistente.
Le nostre storie, che dovrebbero restare personali, vengono prese e tramutate in dibattiti sui nostri corpi e sulla nostra vita privata.
Pur avendo superato la barbara pratica della sterilizzazione obbligatoria (necessaria ai fini della rettifica anagrafica) prevista precedentemente dalla legge 164 del 1982, il riconoscimento legale di un uomo come persona partoriente non è prevista dal nostro ordinamento giuridico, mentre all’estero i cosiddetti seahorse dad sono una realtà ampiamente accettata.
Di seguito riportiamo l’esperienza di Walter, una persona transgender che ha voluto condividere con noi la sua esperienza della genitorialità.
Se esiste e se deciderà di portare avanti la gravidanza, Marco non sarà certamente il solo.
Anch’io sono un ragazzo trans e ho partorito. La sua storia è la mia storia: anch’io ho scoperto della gravidanza al quinto mese. All’epoca non assumevo testosterone in quanto il mio corpo ne produceva già in sovrabbondanza, a causa della PCOS (sindrome dell’ovaio policistico).
Sono presenti moltissimi studi sugli effetti del testosterone sullə nasciturə ma i risultati sono articolati e spesso discordanti. Il foglietto illustrativo del Testavan riporta che: “Il testosterone può indurre effetti virilizzanti sul feto”, ma non specifica ulteriori informazioni.
Se il testosterone è davvero così pericoloso in gravidanza, bisognerebbe approfondirne gli effetti su molte più casistiche: persone con iperplasia surrenale congenita, persone con PCOS, persone intersex, donne entrate in contatto con la terapia ormonale di un partner maschile, ad esempio.
In generale, una persona incinta non potrebbe assumere testosterone, ma nemmeno altri farmaci, né integratori e nemmeno svariati alimenti; non può contrarre virus, intraprendere attività stressanti e considerate a rischio.
Parlare di “gravidanza a rischio” nel caso di Marco, come molti giornali hanno titolato, soltanto perché quest’ultimo ha assunto testosterone quando non era a conoscenza della gravidanza – e soprattutto parlarne come se fosse un fatto clamoroso e insolito – è davvero fuorviante.
Io, dal canto mio, posso solo riportare ciò che so, cioè che mio figlio è ormai grandicello e gode di ottima salute, nonostante il testosterone, le corse per prendere i mezzi pubblici e tutto il cibo crudo che ho mangiato nei primi 5 mesi!
Riportiamo inoltre la testimonianza di G.P., persona genderqueer che ha voluto raccontare la propria esperienza dell’essere genitore.
Parlare della storia della gravidanza di Marco in modo sensazionalistico e come “caso unico” viene esteso con una fallacia logica al suo essere una persona transgender.
Ebbene, esistono persone trans*, non binarie, queer, gendervariant, che sono o desiderano essere genitori, come chiunque altro. Al di là delle narrazioni sensazionalistiche e pietistiche.
Io, sono una di quelle persone. Se dovessi trovare un’etichetta che può descrivere alcuni tratti della mia identità di genere, direi di essere una persona afab genderqueer e non binaria. Sono genitore di tre figl*, che crescono in una famiglia con dei genitori genderqueer e fuori dai binari del genere – nei limiti di ciò che l’invisibilizzazione delle persone non binarie consente.
Direi che molta della mia autorealizzazione rispetto al genere è germogliata con l’esperienza liminale della gravidanza, che come scrive Maggie Nelson nel suo libro sulla genitorialità queer ‘Gli Argonauti’, è “intrinsecamente queer, data la sua capacità di alterare profondamente la condizione di normalità”.
Ed è proprio dietro a una presunta norma, che le esperienze di genitorialità queer, trans* e non binaria vengono invisibilizzate.
A partire dalla gravidanza, dove si subisce un vero e proprio processo di “donnificazione”, mia traduzione del termine usato dell’autor*del bestseller “Was wird es denn? Ein Kind” (che cosa è? Un bambin*) Ravna Siever.
Se la gravidanza è di per sé un periodo della vita dismorfico, per chi sperimenta diversi livelli di disforia e incongruenza di genere, può essere estremamente doloroso venire continuamente letto come “donna”, in particolar modo dal personale medico, carente in formazione e pratica rispetto ai corpi non cisgender.
I corpi non ascrivibili a un regime di conoscenza cis-binario non vengono considerati, se non all’interno di una narrazione stereotipata basata sulla retorica del “nati in un corpo sbagliato”. Ma dietro alla sofferenza di un genere assegnato in cui non ci si riconosce, anche per la significanza patriarcale che i ruoli di genere hanno nella nostra società, c’è anche emancipazione e autodeterminazione.
Come afferma il filosofo non binario Paul B. Preciado, siamo una “rivoluzione epistemologica”.
Al di là delle strumentalizzazioni sensazionalistiche, noi persone afab (assigned female at birth) che non ci riconosciamo nel genere che ci è stato assegnato alla nascita esistiamo, e a volte siamo anche dei genitori.

